C'è un sogno che continua a ripetersi ogni notte. E' un sogno che brucia, è un sogno dai significati nascosti. Ogni cosa è un simbolo, ogni parola ha più significati.
E' il tuo stesso sogno Diamante?
E' il sonno con il subconscio che elude il mio blocco?
E' il tuo stesso sogno Diamante?
E' il sonno con il subconscio che elude il mio blocco?
C'era un villaggio, in tempi lontani, dove ogni uomo viveva per la comunità, dove tutto era in comune e nessuno aveva più o meno degli altri. La siccità di un campo era meno cibo per tutti, la limpidezza di un fiume era l'acqua di ogni abitante e non c'era bene o male che non fosse conosciuto e sopportato dall'intero gruppo invece che da un unico individuo.
Avidyā abitava in quel villaggio ed era bello come una dea, forte come il dio del metallo, piacevole come il profumo più soave. Avidyā era di tutti e tutti erano di Avidyā perché si beavano della sua presenza come lui si beava della loro esistenza, senza la quale la sua non avrebbe avuto senso.
Erano tempi, quelli, in cui ogni cosa era dettata dalla natura e solo a lei si chiedevano favori e si portavano doni, perché lei sola regolava l'ambiente ed il clima, avendo in pugno la vita di tutti. Le case erano di terra e paglia, il cibo erano animali ed erbe o frutti, il lavoro era caccia di animali o caccia di donne, era crescere i figli, la nascita era dolorosa, la morte era parte della vita, ma la sopravvivenza... la sopravvivenza era un miracolo.
Avidyā aveva l'inesperienza propria del suo essere e la saggezza di chi è circondato da tutti e ne ascolta le parole senza senso, i discorsi vuoti, le lusinghe pompose. Tutti volevano Avidyā e questo stato era uno stato di beatitudine. Un giorno però Avidyā si svegliò e Laghu era morto. Il ghiaccio dell'inverno aveva fatto battere i denti a tutti quella notte, ma il freddo era entrato silenzioso nella casa dell'amico e con altrettanta pacatezza, cura e pazienza aveva fatto scivolare fuori dalle sue labbra tutta la vita che, seppur tremante, animava il suo corpo gracile. "Laghu è morto" piangevano nel villaggio, "la morte è parte della vita" ripetevano i saggi, ma ad Avidyā non importava che la morte fosse parte del ciclo previsto per ognuno, non importava che quell'avvenimento era avvenuto per le mani della Natura e per il bene della natura lasciando inalterato il perfetto equilibrio del mondo. Il suo dolore era forte, la mancanza insopportabile e straziante tanto da superare quella di tutto il villaggio e questo comprometteva la perfezione di tutte quelle piccole vite. Allora Avidyā scappò per cercare una soluzione.
Esisteva un'entità superiore, sopra tutti, sopra Natura e sopra ogni cosa: Veda osservava il mondo, seduto su un trono di canne di bambù, con i piedi e le mani sanguinanti. Lo avrebbe cercato, gli avrebbe parlato e la soluzione a quel male sarebbe arrivata tra le sue mani a qualsiasi costo. Arrivare dal Dio fu il primo scotto da pagare e dopo innumerevoli sforzi arrivò al palazzo di Veda, ma il palazzo era buio. Vagò in ogni stanza alla ricerca della suprema entità finchè nel salone più buio, dove si sarebbe detto di poter allungare la mano e toccare la trama della seta nera più pura, non ricevette risposta.
"Mio Dio, Supremo Veda ti prego! La Natura intoccabile che domina il mondo uccide i miei amici, d e toglie il cibo e fa così penare tanta gente: Dio io ti prego, non farci soffrire così"
『Perchè mi chiedi questo, Avidyā?』
"L'ineluttabilità, mio Signore"
『Non sai più accettare ciò che Natura dispensa equamente ai miei figli inermi? Mi chiedi di andarle contro, di intromettermi nella sua esistenza e dare a Voi la possibilità di combattere il suo volere? La sua giusta azione.』
"Supremo Veda, farò qualsiasi cosa perché sia possibile preservare il nostro stato che, impermanente, muta e regola le nostre vite. Perché non possiamo lottare affinché qualcosa cambi, per noi, in noi, per gli altri?"
『Tu chiedi il Fuoco, Avidyā, ma è un sapere e dun agire importante e pericoloso perché il mondo è pur sempre sotto le regole di Natura e in esso sarà assoggettato alle sue leggi: preserverà e distruggerà allo stesso tempo seguendo le regole che da sempre guidano le vostre esistenze.』
E così nella sala buia comparvero otto vasi dalla forma identica, ma dall'aspetto diverso: alcuni erano meno preziosi, altri più decorati: 『Scegli quello giusto, ma scegli bene perché è la tua unica prova, la sola possibilità che hai ed è per questo che sarà difficile superarla.』
La storia narra che dopo aver riflettuto Avidyā scelse il vaso ad occhi chiusi, perché Avidyā è la non-conoscenza: incapace di sapere su quali basi scegliere.
『Avidyā il vostro sarà un mondo difficile nella contrapposizione, ora, tra Luce ed Ombra e nella sensazione di pieno e vuoto. Impara che ogni fenomeno affiorerà all'insondabile abisso oscuro che cela e trascende gli opposti. Ininterrotte, nella vastità cangiante, trapasseranno le sensazioni, le percezioni, le interiori reazioni e l'ampio dominio chiamato coscienza dell'ego. Cogli ognuna di esse e fanne strumento ed arma per la vita che vuoi intraprendere: tu come ogni altro figlio.
Da oggi un essere emerso dal buio non avrà il cuore e la mente ostruiti dalla paura, ma sciolto da ogni vincolo, con la possibilità di lottare, potrà riconoscersi libero, infine.
Il tuo nome ora è Sādhaka: chi, nell'immoto fluire del tempo, si è aperto al puro sentire, chi ha scelto la lotta per il divenire, chi non si accontenta e sfrutta la propria esistenza imperfetta per raggiungere un obiettivo più alto. Egli realizza il risveglio della Fiamma e ricerca la luce.』
Sādhaka, colui che cerca la luce, aveva il Fuoco: il coraggio di conoscere se stessi e il mondo alzandosi fiammeggianti verso il cielo, il desiderio di migliorarsi bruciando e illuminando, la capacità di adattarsi e cambiare nella distruzione e nella conservazione della potenza del fuoco.
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