giovedì 11 dicembre 2008

Il Diamante

Lei è inizio e fine, lei è me ed è altro, lei è fuori e dentro, lei è tutto, ma anche niente.

L'acqua limpida del fiume Canto era tanto scura da sembrare densa e vischiosa, mentre il rumore fresco dello scorrere contro le rocce sottolineava quando non fosse affatto così e che, anzi, nemmeno l'oscurità fermava il tumultuoso passaggio delle onde. Rifletteva l'oscurità della notte che colorava il cielo di un blu scuro, ma insieme luminoso, che pareva il velluto soffice del vestito di una dama importante, impreziosito dalla natura tramite piccole e brillanti stelle, come fossero diamanti ricamati sulla stoffa.
Adoro il freddo, è mio, il mio rifugio, la mia carezza, i ghiacciai sono culle perfette nella morbidezza della neve, il vento freddo è una carezza che vorrei non finisse mai.
Avevo appena abbandonato il cielo, atterrando sulla riva del fiume, dopo aver guardato dall'alto le nuove terre ed i suoi paesaggi: gli alberi in autunno acquistano colori meravigliosi, come se partecipassero con una festa al trionfo della natura sulla terra. Niente sarà mai così spettacolare e potente quanto la natura che guida il mondo intero e le sue creature. Avevo osservato il vento soffiare tra i rami e far cadere le foglie in una pioggia color del fuoco, avevo guardato il cielo terso mostrare quanto meravigliose siano le mille sfumature che portano dal celeste al blu-velluto che ora era calato ovunque: celando molte cose e mostrandone infinite altre. Dopo tanto daffare mi ero decisa a scendere ed ero tanto assorta nella mia convinzione di atterrare e rilassarmi che, persa nell'ascolto del fiume e dei suoi sussurri, non mi ero accorta di una presenza lì con me.
Si fece avanti lei, salutandomi proprio nella mia lingua, in una pronuncia sporca e indecisa, con errori di pronuncia e di grammatica (circa 3 in una sola frase), eppure non si poteva far a meno si notare quando ci si fosse applicata e dedicata nel pensare e pronunciare quella frase al meglio. Le risposi nella mia lingua, osservandola attentamente: indossava un lungo mantello nero che la copriva dalle spalle fino ai piedi e teneva il cappuccio tirato indietro tenendo i capelli liberi. Erano biondi, li vedevo bene nonostante il buio, color miele, non ricci, ma ondulati e disordinati, come il mare quando è in tempesta e si vedono le onde sollevarsi un po' a destra e un po' a sinistra. Evitava il mio sguardo e tornò a guardarmi solo quando le dissi che non aveva nulla di cui preoccuparsi e che io, per prima, preferivo guardare in faccia la gente con cui parlavo. Erano grigi, ma non fu il colore a colpirmi... erano occhi nuovi, erano specchio di un dolore enorme, di un tormento senza pace, di una mente tormentata dalla mancanza di vie di fuga. Cosa assillasse quella donna io non lo immaginavo. Non ancora.
Mi accoccolai sulla riva del fiume, sempre desiderosa di riposare e di approfittare di quell'acqua fresca, quindi la invitai a sedersi al mio fianco così da poter comodamente chiacchierare e rilassarmi insieme. Si muoveva in modo maldestro, a scatti certe volte ed era tanto evidente che per un attimo ho avuto il dubbio di aver attaccato bottone con una pazza: e ci mancava solo che un'idiota si mettesse lì a raccontarmi chissà quale scemenza, non ero in vena sinceramente. Ma concedo sempre il beneficio del dubbio, soprattutto perché la donna rimaneva in silenzio il più delle volte e non parlava se non era interpellata. Nonostante questo avevo capito come, sotto il suo quasi mutismo e l'incapacità di muoversi, ci fosse una persona che non aveva terrore di me, ma un timore reverenziale, un rispetto profondo e che, anche, si trovava perfettamente a suo agio di fianco ad una creatura così grande.
Parlammo per diverse ore, è così che ho conosciuto Ahnel Van Iantus, è così che ho saputo cosa si celava dietro il suo atteggiamento. Era una Folletta fino a cinque giorni prima e questo spiegava come mai i suoi movimenti fossero così rigidi e imperfetti: nata e cresciuta come un essere di pochi centimetri ora si trovava a guardare e interagire con il mondo di tutti i giorni da più di un metro e mezzo di altezza. La sua dimestichezza forse era in parte dovuta al fatto che aveva sempre avuto a che fare con gente più grande di lei, ma giocava un ruolo importante il fatto che quella davanti a me non era una donna qualsiasi, Ahnel era la Custode del Globo dei Signori dei Draghi della Luce e compagna di un Nobile PseudoDrago, Amphyluke Ietsuna del Crepuscolo. Chi meglio di un Signore dei Draghi, sa rapportarsi con un Drago?
Ne avevo quindi trovata un'altra e, dato che ero ancora in cerca di un Compagno, cambiai lievemente atteggiamento, interessandomi e parlando con lei con più disinvoltura: magari aveva qualche nome da consigliarmi, un Artiglio da raccomandare pronto a cominciare come lo ero io. Ma, invece di chiederle consiglio, finii con l'ascoltare la sua storia: perchè era triste? Cosa celava quello sguardo inequivocabilmente angosciato e lontano?
Non era solo il cambiamento della razza e della prospettiva di vita, del mondo, che la rattristavano -la sua famiglia era rimasta "al di là del Portale" quindi nessuno poteva dirle nulla- ma c'era un fatto più grande. Amphyluke Ietsuna era morto poche ore prima. Era scappata dal Maniero in preda all'angoscia e alla tristezza: gli PseudoDraghi non tornano in vita come invece può succedere ai Draghi legati ad un Compagno, tornano alla terra senza possibilità di recupero. Quel che rendeva peggiore la perdita era il litigio che rea seguito al suo cambio di razza e aveva preceduto la morte dello PseudoDrago: il Crepuscolo le aveva detto cose orribili e lei era mortificata e schiacciata sotto la pressione di quelle accuse tanto potenti quanto false. Eppure mi era chiaro come il Compagno non pensasse nulla di quel che le aveva detto, era solo il dolore e la rabbia per un destino contro cui non si può combattete a guidare e sue parole. Se avesse avuto tempo si sarebbe ricreduto e avrebbero appianato ogni diverbio, ma così non era stato. la morte prematura dello PseudoDrago li aveva separati per sempre ed il rimorso attanagliava l'animo della Custode.
Quando scoprii tutto questo mi sentii a disagio: capivo il suo dolore, anche io avevo perso qualcuno di importante, seppur non con quei malintesi alle spalle; ma non sapevo esattamente cos'avrei potuto dirle. Il dolore è dolore e va vissuto, non c'è via di scampo, ci vuol tempo, pazienza, persone vicine. Mi risolsi a rivelarle quel che pensavo io, da esterna, sul comportamento del Nobile Amphyluke. Credevo davvero che non dovesse angosciarsi troppo, solo il giusto, perchè sicuramente Lui le voleva bene e non avrebbe voluto vederla così. Non sono sempre brava a parole, sono più un'ascoltatrice che una confidente, ma a quanto pare avevo azzeccato gli argomenti e la vidi migliorare un pochino, lentamente.
Il buio era sempre più presente intorno a noi, sembrava allargare gli spazi, amplificare ogni suono e rendere palpabile e fresca ogni parola.

Ad oggi Ahnel è la mia Compagna. Il mantello nero del lutto è spesso ripiegato accuratamente da una parte e le conoscenze che il Nobile Amphyluke aveva stretto nel suo periodo di permanenza qui sono una cosa preziosa che la Custode non si è fatta sfuggire.
Il legame è stata una nuova esperienza per entrambe. Lei è ciò che è stata Nyneve anni fa e anche di più. Una sorella, ma non solo. Non c'è parola che renda meglio l'idea del nostro rapporto se non "compagna" con il significato che gli si dà lungo la via dell'Utopìa.
I primi tempi è stato difficile abituarsi, sentivamo e vedevamo le cose di entrambe e controllare i pensieri facendo anche attenzione ai discorsi che stavamo tenendo non era per niente facile. Ancora oggi ci può capitare di dire una frase non nostra ma dell'altra: per puro riflesso. Tutto questo perchè ci siamo imposte due regole per il legame, la prima è condividere tutto: visioni, pensieri, conoscenze, passato, sensazioni; la seconda è rispettare l'altra: conoscerne i segreti non significa avere il diritto di impicciarsi di ogni cosa. Sappiamo tutto, ma magari non parliamo sempre di ogni cosa, se una non parla apertamente di un argomento l'altra può solo fingere di non saperlo, nessuna di noi si è mai azzardata a dare opinioni o consigli diretti su fatti che non la riguardano senza essere stata chiamata in causa.
Quel che trovo difficile è rapportarmi a lei quando muta in animale: non è che l'anima del Puma sia più forte di me, ma è istintiva e poco razionale. non mi dà retta e non è controllabile a meno che non si usi il più banale, ma efficace strumento contro ogni animale: la paura. Ad ogni modo la lascio fare quel che crede quando è in quella forma, solo ogni tanto cerco di tenerla a freno o la guido suggerendole chi è buono e chi no. Ma comunque non è che abbia un carattere particolarmente docile da farsi avvicinare.
Siamo legate. L'ho sentita morire ed io senza di lei non ho volato, usando il mutaforma come una gabbia per la prima volta. Ho rischiato io stessa di morire e lei si è spaventata moltissimo, ma non ho voluto ricordarle la differenza tra me e il Nobile PseudoDrago suo Compagno.
Cosa ci riserva il futuro non possiamo saperlo, ma rimarremo unite e vicine, senza mai lasciarci: questo è più che certo.

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